Spalle curve e i pensieri che spuntano da un bavero che sembra non riuscire a contenerli tutti.
Si avvicina con passo determinato ma privo della volontà che dovrebbe portare ad esempio e saluta i bidelli, le oramai uniche figure che lo accolgono rassicuranti. Un sorriso all’inizio della giornata, un’altra da aggiungere e probabilmente da dimenticare.
Sono parecchi anni che mette piede in quella scuola, non abbastanza da essere stato il mio professore di matematica.
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Me lo ricordo ancora ora, lui, il mio professore.
Gerlando Maniscalco di Agrigento
Stava tra di noi, alunni, con passione e dedizione, non aveva paura di voltarci le spalle scrivendo alla lavagna. Sapeva che non sarebbe stato oggetto di derisione e di facili imitazioni, anzi credo che questo timore non l’abbia mai avuto.
Non ricordo atteggiamenti di sfida e maleducazione reciproca, la sua figura bastava per incutere in noi la giusta dose di rispetto.
E ci piaceva tanto il Professor Maniscalco con quell’accento così strano… ce ne sarebbero stati di spunti per fargli il verso, i gradassi avrebbero suscitato l’ilarità che li fa sentire tali ma ci pensava lui ad elargircela con la sua autoironia. Talvolta lui si dava del terrone ma una parte di noi non sapeva cosa veramente significasse quel termine e chi lo conosceva se ne guardava ben dal sillabarlo ad alta voce.
Non ci siamo mai permessi di prenderlo in giro perché lui era il nostro professore. Era impensabile non dargli del “lei”!
Rappresentava la figura di un adulto, una persona colta dalla quale imparare la matematica, una persona alla quale rivolgere rispetto. Cosi’ ci insegnavano anche a casa i nostri genitori.
In lui c’era una parte di alunno attraverso la quale riusciva ad arrivare nel nostro mondo di ragazzi adolescenti, mettendosi alla prova, al nostro pari.
Ricordo quando ci insegnò a ballare la tarantella… comm’ erano ridicoli per noi quei saltelli in cui goffamente si esibiva e comm’era ridicolo lui, ma da questo insegnamento, addobbate più da contadinelle venete che siciliane ne è derivato uno spettacolo attraverso il quale abbiamo in qualche maniera sigillato la nostra reciproca amicizia.
Fu ridicolo anche quella volta che, in occasione di una serie di giochi tradizionali veneti, si e’ cimentato nella corsa coi sacchi. Le sue guance erano rosse dalla fatica e un po’ anche dalla vergogna per essere caduto quasi subito ma rideva e noi tutti addosso a sorreggerlo e a ridere con lui.
Piccoli e grandi gesti che lo hanno avvicinato al nostro mondo di alunni, ragazzi in crescita, in cerca di modelli di riferimento nonostante l’apparenza spavalda e talvolta impertinente.
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Piuttosto di entrare in quella classe sarebbe disposto ad ammettere il suo totale fallimento. Ma nessuno alla fin fine glielo permette: quei ragazzacci sono li tutti i giorni con i loro sorrisetti beffardi
I colleghi minimizzano le sue lamentele e i genitori non si lamentano più di tanto che lui non riesce a dare quel che vorrebbe a quella classe.
Ma cosa darebbe se le condizioni fossero ideali? Bella domanda, fin ora non se l’era mai chiesto. Aveva letto per anni ai ragazzi regole, teoremi e dettato esercizi. Aveva conquistato così soddisfacenti ritagli di silenzio nel quale rifugiarsi e isolarsi e i ragazzi erano molto più ubbidienti una volta… di sicuro prima di aver preso quella dannata classe.
Anni e anni di insegnamento e proprio prima della pensione doveva capitargli tale ingarbugliata matassa!
Nulla gli può dare più sicurezza e autorità. Non si può più rifugiare dietro l’ autorevolezza di note sul registro di classe o in quello personale, nelle lamentele a genitori refrattari e colleghi accomodanti e nemmeno più dietro quella distinta valigetta che per anni l’ha accompagnato e che ora sta posando sulla cattedra avanti se prima di iniziare la lezione.
Nella foto: Io, il mio professore di matematica e la Gigia (1978 – 1979)





