Withoutpretences’s Weblog

Post da Maggio 2008

*Passeremo l’estate a spingere balle di fieno

Maggio 30, 2008 · 22 Commenti


Ogni giorno sarebbe il suo bel da fare,

lunedì corso di tennis col maestro federale.

Il martedì tutti al campus ad imparar l’ inglese,

lo fanno anche questo al mio paese.

Mercoledì non sai che pesci pigliare?

Salite in auto che vi porto a nuotare!

E giovedì, se permetti,

vado ad imparare a crear merletti..

Danza, equitazione, basket…

di venerdì c’è molta scelta

ma bisogna decidere alla svelta!

Poi sabato corso di cucina,

quella sera, a cena, meglio andare dalla vicina!

La domenica finalmente riposo…

…scherzi!?! Bisogna uscire!

Se rimanessi a casa,

mi verrebbe un gran nervoso!

e il tempo per respirare, pensare, giocare e , perché no, oziare?

BASTA!!!

Io e i miei figli abbian deciso che questa estate, per noi, sarà così

foto Dona
estate 2007

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Si arrivava in bici per la strada sterrata, l’ultimo tratto a piedi lungo il sentiero nel bosco di acacie carpino nero e faggio.
Si attraversava il ruscello, la mamma mi aiutava, i sassi erano scivolosi ricoperti di muschio sopra il filo dell’acqua dalla quale facevano capolino traditori. Non mi sarebbe dispiaciuto bagnarmi i piedi, di nascosto ci sarei tornata più tardi e di proposito li avrei fatti sguazzare nel fresco.
A margine del bosco si sbucava nella radura dove i nonni erano già al lavoro. Anche loro erano arrivati in bici ma dal lato opposto, dalla mulattiera che veniva da ovest. Erano li gia’ da un po’, considerato il lavoro fatto… A me e alla mamma invece piaceva attardarsi nel lettone dopo che il papà se ne partiva per la fabbrica per il solito turno di mattina.
Il nonno era alla falce e la nonna alla forca. Il mio sguardo era di ammirazione per quel lavoro a catena.
Lui avanzava a tempo poggiando piccoli passi nel tappeto appena raso in sincronia con le sue braccia che, scortate dalla rotazione del torace, si muovevano come ad abbracciare per metà circonferenza il suo mondo, nell’accompagnare la falce nella traiettoria di taglio.
La lama sembrava accarezzare l’erba anziché mozzarla di netto, rimaneva li piegata su se stessa a formare una scia come onda che s’increspa nel mare al passaggio del suo capitano.
Appena dietro la nonna, quella mattina.
Il prato non era particolarmente bagnato , si poteva “trar fora” subito e la forca della nonna stendeva la verde tovaglia al sole caldo di giugno, nel silenzio del Cordevole che a sud portava le sue acque e qualche richiamo di pavone che proveniva da nord, dalla piccola tenuta di Dionisio. Talvolta si sentiva l’eco del tiro al piattello che rimbalzava dalle pareti del Pizzocco e a me piaceva pensare che a sparare fossero i militari che poco più in là, vicino il greto del fiume, erano accampati.
Se c’era anche mio cubino ci piaceva andarli a spiare, ci sentivamo il loro nemico, con la pipa di foglie di acacia tra i capelli a mò di piuma d’alpino, con l’arco e le frecce di legno correvamo alla Robin Hood tra gli alberi fino ad avvistarli. Poi distesi pancia in giù a spiare le loro mosse e quell’emozione che ti prende la pancia e ti sembra che da un momento all’altro tu debba fartela addosso…
Era bello correre sul prato tagliato di fresco a piedi nudi, i fastucchi d’erba ne solleticavano la pianta e l’ odore del taglio diventava ancora più intenso. Anch’ io avevo il mio piccolo rastrello, me lo aveva costruito il nonno, ma rimaneva spesso abbandonato in qualche punto sperduto della radura, le distrazioni erano tante e la voglia ancora da maturare.
All’ombra dei cespugli i cestini per il pranzo. Quel momento era forse il più bello della giornata. Mentre il nonno batteva la falce, al suono ritmico del martelletto che picchiettava il filo della lama, si posava la coperta e si tagliava il salame. Il pane veniva imbottito e il bicchiere si tingeva di scuro, anche il mio. La nonna mi versava una goccia di merlot nell’acqua e così mi sentivo grande. L’ occhio era sempre puntato al cielo, il tempo da un momento all’altro poteva girare quando sulla cima del Pizzocco calava il cappello.
I cibi, per quanto frugali, lì in mezzo alla radura sembravano avere un alto sapore, tutti i sensi erano all’erta ed esaltavano ogni percezione.
Era bello anche stendersi sulla coperta vicino ai nonni. C’era sempre qualche formica o insetto che si auto-invitava sui rombi di lana colorata e anche tra i peli delle braccia del nonno che ronfava pacifico col cappello di paglia appoggiato al viso.
L’unica paura che avevo era delle vipere ma anche di qualsiasi animale che strisciasse e che non fosse una lumaca. Per questo, nella radura, non mi avvicinavo alla vecchia trincea, lì c’erano parecchi sassi, facile tana per loro.
Poco per volta avevo imparato a conoscere i segreti della radura e lì ci si sentiva immersi in un piccolo e fantastico mondo senza tempo, solo il movimento del sole ci segnava le ore.
E poi arrivava, per la mulattiera, il carro di legno per il carico della sera. Era il papà che lo portava tornato dal lavoro. Ora ci eravamo proprio tutti e tutti a saggiare se l’erba si era magicamente trasformata in fieno sentendo se “cantava” al tocco delle forche.
E così il carico dorato se ne tornava lentamente a ovest seguito dai nonni a cavallo delle loro biciclette e io e la mamma, riattraversando il fiume, recuperavamo le nostre sotto il grande tiglio.
… e a quel che non era stato possibile fare oggi si pensava domani.

dall’ album di famiglia
foto scatata intorno al 1940

PS: naturalmente nelle foto io non ci sono :-) !

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*ATTO D’ AMORE – Francesco Cinque

Maggio 28, 2008 · 11 Commenti

Va tutto bene finché la ragione ti guida in gesti che rientrano nello standard mentale delle persone a cui li hai rivolti. E’ una valutazione soggettiva condizionata dall’ambiente in cui sei nato, cresciuto e diventato uomo. Si cresce con la percezione del giusto e del sbagliato, del bene e del male, ponendosi ciascuno i propri limiti, aiutati dal buon senso, imponendosi regole e cercando di rispettare le leggi.
Credo che non si nasca con l’intenzione di arrecare danno agli altri o a se stessi ma si cresca invece con la possibilità di maturare o meno questa intenzione. Dipende da svariati fattori scatenanti che segnano il nostro cammino e la fortuna o meno di avere vicino persone che a loro volta abbiano tratto insegnamenti e attenzioni positive come energia vitale delle loro tempra.

E così facendo queste considerazioni cercavo di trovare il senso di questo libro.
Non c’e’ stato tempo di capirlo mentre scorrevano le parole ai miei occhi, semplicemente i gesti dei due protagonisti che non trovano spiegazione e attenuanti , perché apparentemente non possono essercene per chi e’ uno stupratore e per chi si vuol rendere vittima del suo carnefice. Semplicemente la storia che corre in poche pagine, senza momenti di respiro ma un susseguirsi di descrizioni di stati d’animo assurdi ma possibili. Lunghi silenzi al posto di sdolcinate parole d’amore a riempire spazi di discorsi banali.
E poi il senso viene, a libro chiuso, sgualcito quel tanto che basta per capire che la lettura e’ stata d’ un fiato.
Penso sia la solitudine il comune denominatore tra i due protagonisti di Atto d’ amore. La solitudine di chi non viene compreso e viene lasciato solo alla sua sofferenza interiore, qualsiasi sia il motivo, anche quello di avere un male incurabile come Teresa.
La solitudine che porta alla deriva in un mare dove ognuno segue la propria rotta anche quando qualcuno rischia di andare a fondo.

Questo libro mette direttamente il dito nella piaga, lo gira dentro facendo uscire tutto il dolore che si può provare lì, ai limiti di una società, che seleziona e difficilmente comprende.

Francesco Cinque, autore di questo libro e’ un nostro amico blogger e lo potrete trovare qui

Categorie: °°°APPENA FINITO DI LEGGERE°°° · °°°PENSIERI E PAROLE°°°
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*Teatro Colon e Francesco Saverio Pellizzari

Maggio 25, 2008 · 15 Commenti

Ebbene, sono 100!
…ehm naturalmente non parlo dei miei anni e di quelli che di solito si augurano ancora a venire, nemmeno sono gli euro vinti al gratta e vinci, visto che non e’ mia abitudine acquistarne ma semplicemente i post con questo pubblicati qui, nella mia piccola casa senza pretese.
Lo ammetto, non e’ un impresa titanica, non e’ un gran cifra ma per me e’ di certo un numero ragguardevole.
Lo e’ per il poco tempo che posso dedicare alle mie passioni e quindi anche a questo spazio di condivisione, per quella parte di me stessa che metto in quello che scrivo e nelle immagini che vi propongo.
Un centinaio di pensieri che oggi 25 aprile 2008 dedico ad una ricorrenza che per me ha un certo valore: il centenario della costruzione e inaugurazione proprio il 25 aprile 1908 del Teatro Colon di Buenos Aires in Argentina.
Vi chiederete come mai proprio questo evento, proprio questo teatro così lontano dal nostro paese.
Ebbene il principale costruttore di questo straordinario teatro fu un mio paesano e per paesano intendo un sospirolese che dopo mille peripezie riuscì a portare a termine questa sua opera come pattuito. Sto parlando di Francesco Saverio Pellizzari.

Francesco Saverio Pellizzari nasce a Sospirolo, in provincia di
Belluno, il 26 giugno 1856. Figlio di Luigi e di Maria Mezzacasa, a 28
anni emigra Oltreoceano come tanti italiani di quell’epoca. Si
stabilisce in Argentina dove, grazie all’esperienza acquisita nella
costruzione di opere militari, è qualificato come “architetto”. Lavora
dapprima alle dipendenze di varie imprese (Medici, Clerici y Duncan,
Juan Waldrop y Compania) e poi fonda con il socio Italo Armellini
l’impresa “Pellizzari y Armellini” con la quale nel 1902 vince
l’appalto per la costruzione del teatro Colon di Buenos Aires,
l’edificio monumentale ancor oggi tra i più importanti di tutta
l’America Latina. L’opera, che durante la sua realizzazione incontra
numerose traversie, viene inaugurata il 25 maggio 1908. Per l’occasione
vi è rappresentata con tutta la sua maestosità l’Aida di Giuseppe
Verdi.

Pellizzari sembra sia ritornato in Italia alcuni giorni prima dell’ inaugurazione del teatro, e quindi non ebbe modo di assistere alla prima dell’ Aida e cosi’ si e’ pensato di onorarlo dedicandogli, tra le varie manifestazioni organizzate a Sospirolo e in parallelo a Buenos Aires in questi mesi, una rappresentazione di quest’ opera di Giuseppe Verdi tutta sospirolese, interpretata dai ragazzi delle scuole medie ed elementari con la regia di alcune insegnanti con grande successo.

Negli anni successivi Pellizzari ritorna in Italia. A Sospirolo, dove
possiede vasti appezzamenti di terreno, costruisce la propria casa:
“Villa Pellizzari”. Ormai è un professionista di fama, noto per le
opere da lui edificate, tali da consentirgli di ricevere una medaglia
di benemerenza addirittura dal Papa Benedetto XV. Poi, con l’avvento
del regime fascista di Benito Mussolini, Francisco Saverio Pellizzari
si trasferisce di nuovo in Argentina dove muore nel 1931.
Nel 1949 a Francesco Saverio Pellizzari viene titolata la sala da
pranzo della casa di riposo per anziani di Sospirolo.

Qualche altra informazione sul teatro Colon la potrete trovare qui , dove ho rubacchiato alcune di queste belle immagini e per questo ringrazio Chiara

Categorie: °°°A PROPOSITO DI...°°° · °°°PENSIERI E PAROLE°°°
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*Una storia in 40 secondi di silenzio

Maggio 23, 2008 · 9 Commenti

foto Dona

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A Lisa piaceva stare sul lettone, poggiare la testolina nell’incavo del braccio della mamma, con i capelli sparsi sul cuscino, abbandonarsi con lei a tenere coccole. Le piaceva anche se la mamma era triste e ultimamente capitava spesso.
A Lisa piaceva stare sul lettone semplicemente per rotolarvisi sopra, vedendo girare vorticosamente il soffitto sopra e sotto di lei sino a non riuscire più ad orientarsi. Era bello riprendere fiato mentre si passava le piccole dita tra le ciocche dei suoi lunghi capelli pensando a nulla. Era bello farlo, erano belli i suoi capelli.

Lisa quel giorno però e’ pensierosa non si attarda sul lettone, corre alla finestra e si affaccia per un momento; deve fare in fretta.
Corre verso il bagno e, al posto di piccole dita fa passare una forbicina tra le ciocche dei capelli che così tanto ama. Ad una ad una cadono ai suoi piedi, deve alzarsi sulle punte per riuscire a specchiarsi, a vedere se così può andar bene, può essere sufficiente. Del resto non ha molto tempo, appena quello che serve per salire 3 rampe di scale e suonare alla porta di casa, in quel giorno così importante, perché anche se ha solo cinque anni, lei sa che lo sarà.
Non c’e’ tempo per ulteriori ritocchi, solamente un ultimo sguardo e un lieve sorriso riflesso. E corre ancora, felice verso l’uscio di casa.

Si smorza il sorriso che mamma e papà hanno stampato in viso quando lei apre loro la porta. Persino Tommy rimane per un attimo spaesato di fronte al nuovo look della sorellina ma e’ il primo a capire.
Lui con quegli occhietti infossati e con i segni della chemioterapia che scorre ancora nelle sue esili vene.
Il sorriso ritorna sulle labbra dei due fratellini mentre Tommy fa dono a Lisa del suo carminio cappello.

Non una parola in quei quaranta secondi sufficienti per raccontare una storia, quella storia!

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Sono questi quaranta secondi che questa volta porto a casa come insegnamento di un corso di aggiornamento durato due giorni sul come dare le cattive notizie all’ammalato in particolare sulla sua inguaribilità.
Questi quaranta secondi usati per spiegare che spesso e’ difficile capire un comportamento se non viene visto nel contesto in cui viene vissuto ma che a me piace pensare possano servire anche a comprendere che talvolta non servono tante parole.
I bambini sanno comprendere molto di più di quello che noi pensiamo affidandosi spesso ai loro smisurati piccoli gesti.

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*All’ alba di un nuovo giorno

Maggio 20, 2008 · 12 Commenti

foto Dona

°°°°°

L’ alba dona i suoi chiarori
quando la campanella suona
sulle colpe della notte.

E’ un suono portato dal vento
oltre il bosco e la valle,
oltre i muri del giudizio…

Chiedo venia, o mio Signore
e mi affido
alla Tua benevolenza.

Dona

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*Donatella

Maggio 17, 2008 · 17 Commenti

Ce lo ritroviamo addosso, alla stessa maniera in cui qualcuno, per noi, decide di concederci la vita. Fa parte della natura dell’uomo disporre di questo più o meno consapevolmente; il fatto di arrecare qualche dubbio può suonare persino di bestemmia. Del resto la vita e’ così bella che ringrazio profondamente i miei genitori per avermene fatto dono e di questo non ho mai avuto alcuna perplessità.
Sul nome il discorso cambia.
Non mi è mai piaciuto o forse e’ meglio dire che ne avrei desiderato un’ altro o avrei preferito scegliermelo. E invece no!
L’ho dovuto sopportare fin da piccola quando con esso ci costruivano rime, i miei crudeli compagni di classe. Mortadella e nutella erano i due alimenti che per la maggiore cantilenavano e che io non potevo sopportare; il primo perché non mi piaceva, il secondo perché era bandito dalla mia fetta di pane e che sognavo alla pari del panino nella nuvoletta di Poldo.
Ignorarli, sarebbe stato l’unico modo perché questa tortura cessasse ma lo si capisce solamente da un certo punto in poi, quando oramai questi giochetti lasciano lo spazio a ben più gravi torti.
Ci si e’ messa ad un certo punto anche la Rettore che pure lei non capiva perché tutti quanti continuavano a chiamarla, insistentemente, stramaledettamente Donatella ed ho provato a pretendere di essere chiamata miss Viel altrimenti avrei preso una lametta e mi sarei tagliata le vene ma evidentemente non ero molto credibile.
Insomma era lungo, con tutte quelle lettere cicciotte e quelle ultime due sillabe facili da usare per scontate filastrocche; ho consumato fogli e fogli per cercare negli anni di scuola una firma scorrevole, armoniosa, interessante, accattivante ma a tutt’oggi il mio nome appare infantile se scritto con la mia abituale grafia e così, opto per uno scarabocchio che non mi piace, non si capisce ma almeno non e’ banale…Che il mio nome rispecchi il mio modo di essere, il mio carattere, la mia tempra?
In fondo mia madre non vedeva per me altro nome se non questo e la stessa sensazione ho provato io, madre, al momento di deciderlo per i miei figli e nell’ attimo che li ho guardati per la prima volta negli occhi ho capito che quello era il nome giusto per loro. Chissà se a loro piacerà sempre… Come dire ad un genitore che ha scelto per te un nome che non ti piace? Non e’ come aver scelto un vestito che al massimo si fa a meno di indossare!
Ma poi vien sempre il momento in cui si passa oltre e per me e’ stato alle superiori quando magicamente son scomparse quelle due ultime sillabe e hanno cominciato a chiamarmi Dona… molto più schietto, diretto e confidenziale… così mi sembra di essere!

E a voi piace e vi riconoscete nel nome che portate?

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*Ore 18 a San Rocco

Maggio 14, 2008 · 12 Commenti

Si vede silenzio tra le mura del piccolo battistero. Forse qualche rumore di motorino di passaggio, all’esterno, ma molto più lontano di quello che e’, e del quale nessuno si cura, lì, tra i banchi scrostati e intagliati da vecchi innamorati che ora non si usa più.
Non usa più essere neppure innamorati, ora.
Non usa più manco la fede che alberga nella donna in fondo la navata, con i fagioli del rosario che penzolano tra le dita deformi e il fazzolettino di stoffa piegato e custodito dalle sue braccia appoggiate al banco.
In quante case ci sono ancora fazzoletti di stoffa per nettarsi il naso o asciugarsi le lacrime?
Non usa più nemmeno cogliere i fiori dal giardino e offrirli alla Madonna ma la Giulia continua a stirare i suoi centrini che nascondono lo zoccolo incancrenito dell’altare.
Sul fonte battesimale un po’ di calcinacci staccati dal suo cappello decorato, sembrano caduti da poco… forse si può fare ancora qualcosa perché non rimanga disadorno di anime da salvare.
Si vede silenzio a San Rocco. Forse il sole che saluta da ovest poco prima di finire giornata e la bambina che gioca con le ombre che proietta ai suoi piedi. Forse l’odore di cera e di olio e erba cipollina, qualcuno ha imbastito la cena prima di raccogliersi in preghiera, ma già sa che dovrà saziarsi da solo.
Si sta bene nel piccolo battistero, insieme, ognuno immerso nel proprio piccolo silenzio da vedere, mentre il coro, alle 18, imposta la voce.

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*Come sarebbe stato tutto diverso se…

Maggio 12, 2008 · 23 Commenti

[…JR, mi ascolti?”
Sussultai, Zio Charlie mi stava fissando con aria indignata.
“Si” mentii, “Ti ascolto, ti seguo.”
La cenere della sigaretta stava per cadere, ma lui non ci fece caso. Tirò una boccata e la cenere gli cadde sul petto. “Ah, non importa a nessuno” disse: Si mise a piangere. Le lacrime scivolarono dietro gli occhiali scuri, rigando le sue guance. Mi sentii un verme ed un egoista per aver pensato alla mia rabbia senza badare a quella di zio Charlie.
“A me importa” dissi.
Lui mi guardo’ con un debole sorriso. Asciugandosi le lacrime mi raccontò il suo primo incontro con pat, in un bar di Plandome Road. Lei lo aveva rimproverato per il suo cappello e gli occhiali neri, “Figlio di puttana” aveva detto. “Come osi vergognarti di essere senza capelli, quando ci sono ragazzi che tornano dal Vietnam senza gambe?”
“Fatti gli affari tuoi” aveva risposto lui, pu ammirando il suo stile. Una donna con le palle. La pupa di un gangester. Un personaggio alla Raymond Chandler. Si erano messi a chiacchierare e avevano scoperto di avere molte cose in comune, in primo luogo una venerazione quasi religiosa per i bar. E poi Pat era insegnante di inglese, e zio Charlie amava le parole, quindi parlarono di libri e di scittori.
Qualche giorno dopo lei gli aveva mandato un telegramma. Non riesco a non pensare a te- devo vederti. Gli aveva dato appuntamento in un locale fuori città.
“Sono arrivato presto” raccontò zio Charlie.
“Mi sono seduto al bar. Ho bevuto un cocktail. Volevo andare via. Stavo per andare via.”
Mimò la scena. “Sono andato verso l’uscita” disse balzando verso la stufa e rovesciando la sedia.
“Ti immagini come sarebbe stato tutto diverso? Santo cielo, JR, lo capisci? Come sarebbe cambiato tutto… se me fossi andato? Mi segui? Come basta un nulla per cambiare le cose? Mi segui?”
“Ti seguo” risposi raccogliendo la sedia…]
———————-

Leggendo questo passo del bar delle grandi speranze di cui qualcosa vi ho gia’ raccontato “QUI” mi e’ tornata alla mente una confessione che qualche tempo fa un amico mi fece. Parlava proprio del dubbio che talvolta rimane di aver fatto o meno la scelta giusta, quel giorno, in quel particolare momento in cui si pensa a tutto meno che a considerare il gesto che si sta per compiere e che probabilmente detterà il corso degli eventi e del nostro futuro.
Ti è mai capitato di pensare, come zio Charlie, come sarebbe stato tutto diverso se quel giorno tu, avessi preso una decisione diversa?

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APPENDICE RI-RIFLESSIVA

A proposito di decisioni:

Secondo voi quale di queste due foto dovrei scegliere e perche’?

foto Dona
n. 1

foto Dona
n. 2

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*Madre

Maggio 10, 2008 · 12 Commenti

madre e figlia
foto Dona

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Eppure, io madre,
riesco a capire

la rabbia dell’impotenza
che toglie il fiato,

il peso della dipartita
e quel senso che non si riesce a trovare,

il dolore che trasforma
e si abbandona alle sue cicatrici,

il tempo che aiuta
ma non cancella,

la fede che vacilla
mentre solo il ricordo è saldo,

l’ acredine che secca la pianta
come l’edera parassita che avvinghia,

Eppure, io figlia
perché non riesco a capirti…
MADRE?

Dona

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*Mani

Maggio 9, 2008 · 7 Commenti

foto Dona

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Barometro,
di un tempo senza stagioni

storia,
di fatiche artefici della mia tempra

forti,
nella stretta e nella brama di contatto

delicate,
nella carezza, armonia di sentimenti

rassicuranti,
verso l’animo incerto che a loro si affida

creative,
a trasformare l’ intento in passione

tese,
verso l’imprevedibile futuro

Le mie mani…
fonte inesauribile di espressione

Dona

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