Withoutpretences’s Weblog

Post da Dicembre 2008

*Sulla neve agli irti colli

Dicembre 28, 2008 · 14 Commenti

Se quest’estate l’abbiam passata a spingere “balle di fieno”
l’ inverno ce lo faremo a “balle di neve”

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clicca sulla foto per vedere l’album

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*Il bambino con il pigiama a righe – John Boyne

Dicembre 22, 2008 · 15 Commenti

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L’ho visto per caso, non lo stavo cercando e senza saperlo nel momento in cui l’ ho preso in mano mi stavo già facendo uno dei più bei regali di Natale che avessi mai ricevuto.
Si, perché dall’attimo  in cui l’ho visto, al momento in cui l’ho finito di leggere, sono passate appena  24 ore.
Si, perché e’ stata una delle più belle letture che abbia intrapreso in questi ultimi anni.

Mi ha colpito l’infantile copertina a righe bianche e azzurre; anche a Bruno piacevano le righe del “pigiama” che il suo amico Shmuel portava al di là del recinto, gli piacevano cosi’ tanto che se n’ e’ trovato coinvolto fino all’ultimo respiro…
E tutto d’un fiato vien da leggere questa favola di John Boyne scritta con l’animo di un bambino di 9 anni, figlio di un comandante nazista, ancora innocente e puro come solo ai bambini vien naturale  esserlo e del suo amico ebreo “vicino di casa” ad Auscit.
Bruno chiama così Auschwitz, perché non sa pronunciare un nome tanto difficile,   il posto desolato dove si e’ trasferito con la famiglia, dove la sua nuova casa ha meno piani di quella di Berlino, dove non ci sono gli amici che aveva in città, dove dalla finestra della sua camera vede solamente quello sterminato recinto colmo di persone vestite tutte uguali, dove col suo animo di esploratore trova il dono più prezioso che possa esserci per un bambino di qualsiasi religione, razza, stato sociale  e cioè l’amicizia e la benevolenza.
Mi è piaciuta la sensibilità di Boyne nel cogliere le poche certezze alle quali si aggrappano i bambini nel vivere con spensieratezza le loro fasi della giovinezza, nonostante i macigni che inconsciamente son costretti a sopportare sulle proprie spalle, seppur in maniera diversa.
Si possono cogliere nei punti fermi che spesso vengono ripetuti nel corso del racconto;  nel modo di Bruno di definire la sorella “Un caso disperato”, l’ufficio di suo padre il luogo dove è “Vietato L’Accesso, Sempre E Senza Eccezzioni”, il fatto che Il Furio (Cosi’ Bruno pronunciava il Führer )  “avesse grandi progetti per il padre” e che nello stupirsi Bruno “spalancasse la bocca in una grossa O”.
Colpisce in questo raccontare l’immagine che Boyne dà del bambino un po’ come la trasmette Watterson nelle sue strisce di Calvin and Hobbes.
E’ un immagine di disarmante spontaneità perche’ i bambini possono essere belli, bravi e buoni ma fino ad un certo punto, attenzione!
Possono essere altruisti si,  ma non troppo ed é cosi’ che l sono perché nulla in loro e’ costruito.

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Questa e’ una favola non solo per bambini ma anche e forse soprattutto per tutti noi adulti che ci apprestiamo a scorrere i nostri natali tra i “recinti del consumismo” perché ci sembra che forse solo cosi’  possa essere per noi Natale, dimenticandoci anche solo per un giorno i nostri problemi, di quelli altrui e con essi il vero senso della “Nativita”.

E cosi’ mi ritorna alla mete un pensiero che scrissi non poi cosi’ tanto tempo fa e che penso possa essere  un augurio di ogni tempo.

Anche questa mattina il paese sembra dormire…
Il freddo imprime ancora i sui candidi ricami su tutte le superfici.
Piccoli mucchi orlano la strada, testimoni oramai logori dell’ultima nevicata.
Poco lontano, il vecchio  albero non ha più molta voglia di sfoggiare fiero i suoi frutti gialli, primato assoluto in questa stagione.
Le luci del grande abete si alternano stanche dopo una notte di brillanti apparizioni.
Il  silenzio corre liberatorio in ogni piccola via.

Alzando lo sguardo però, qualcosa e’ segnale di un esile risveglio…
Dai comignoli messaggi di fumo in un coro di assonnati buongiorno.
Nelle abitazioni la colazione non tarda ad essere servita a bocche sempre meno affamate.
La giornalaia ritira il pacco quotidiano di fantastiche menzogne e crudeli verità.
La signora dell’osteria, con gli strofinacci puliti sottobraccio, si avvia ad aprire l’orami ultimo punto di ritrovo.

E non tardano nemmeno i primi rumori…
Dalle viuzze, piccole macchie colorate convergono a San Rocco.
Spalle piegate da quel simbolo di appartenenza che ancora, per fortuna, contiene il loro passato, presente e futuro.
La croce, in cima al monte, brilla all’inizio di un nuovo giorno…all’arrivo di un nuovo Natale.

copia-di-dsc_2303 Il mio presepe copia-di-dsc_2300

…e che Natale sia in ogni giorno continuando a dare un senso alla nostra vita.

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I MISTERI DI ALLEGHE – Sergio Saviane

Dicembre 17, 2008 · 11 Commenti

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Ne avevo sentito parlare ancora quando ero una ragazzina ma era un argomento che non mi piaceva , come quando i grandi raccontavano di bisce o di incidenti stradali. Sembrava quasi che loro ne ricavassero una morbosa soddisfazione invece a me poi di notte venivano gli incubi. Mi sarei sognata di una vipera nascosta sotto il tappetino di una  macchina e mentre il conducente era alla  guida, si sarebbe infilata pian piano dai calzoni; questo impaurito da quella cosa viscida e lesta si sarebbe distratto al punto tale di perdere il controllo dell’auto e finire la sua corsa addosso al grande pino nel giardino di Tony Bora.  E si, perché io poi queste storie me le sognavo davvero!

Avevo cosi’ evitato di ascoltare i miei genitori anche quando raccontavano dei delitti di Alleghe.
Ci eravamo stati in quel paese di montagna, con la cinquecento, quella con i sedili rossi. Papà me lo aveva indicato il Centrale, cosi’ come fa un cicerone quando mostra alla comitiva le meraviglie di un luogo e ne descrive a grandi linee la storia. Mi disse che li tanti anni fa, all’albergo Centrale di Alleghe,  morirono ammazzate delle persone e ricordo ancora che subito rabbrividii. Un po’ per la notizia appena ricevuta, un po’ per la vista di quell’edificio chiuso a ridosso del lago, pure lui tetro e cupo con le sue acque verdi.
Non mi son mai particolarmente piaciuti  i laghi… li ho sempre visti come subdoli contenitori di segreti. Di certo, quello di Alleghe ne contiene almeno uno visto che e’ dal 1933 anno in cui, a distanza di pochi giorni, vennero trovate morte due donne l’una giovane cameriera del Centrale (Emma De Ventura)  e l’altra (Carolina Finazzer) da poco sposata con il  figlio del proprietario dell’albergo; dicevo da allora  non si e’ stati in grado di capire del tutto il perché di questi omicidi inizialmente fatti passare come suicidi.
Mio padre non mi racconto’ che a distanza di tredici anni dai primi due delitti ne furono compiuti altri: quello di Luigi Del Menego e Luigia De Toni, marito e moglie, probabilmente rei di essere stati testimoni dei precedenti due e per questo eliminati.

L’ho letto nella ricostruzione di Sergio Saviane nel libro I MISTERI DI ALLEGHE che ha pubblicato nel 1964 molti anni dopo che i delitti furono compiuti, dopo che lui stesso li aveva portati a conoscenza al di fuori di Alleghe con un intervento giornalistico punito cono una condanna penale di otto mesi di reclusione per diffamazione a mezzo stampa.
Non c’e’ piu’ tornato in quel paese per molto tempo,  almeno fino a quando due carabinieri  (Domenico Cuda e Ezio Cesca) riuscirono, dopo un minuzioso lavoro di investigazione, a far arrestare i colpevoli… o presunti tali.
Finirono in prigione, quali autori della serie di delitti, e li vi morirono il capo clan degli albergatori  Piero De Biasio, la moglie Adelina Da Tos , il fratello Aldo,  il Killer Giuseppe Gasperin.
Saviane fa i nomi di tutti i personaggi che hanno ruotato con vari ruoli attorno a i protagonisti cogliendo il loro terrore nel parlare di questi fatti che hanno reso cupo per anni il vivere in quel paese di montagna malgrado fosse reso forte del turismo e del progresso. I delitti son rimasti impuniti per anni oltre che dalla paura e dall’ omertà della gente anche  per volontà politica, giudiziaria e religiosa.
Egli parla del carattere schivo della gente di montagna che va “conquistata” a poco a poco ma racconta  anche del carattere delle vittime e dei loro carnefici. Lo fa forse anche un po’ rischiando di costruire col suo libro piuttosto che un racconto di un’ inchiesta una sceneggiatura di un film, creando situazioni e circostanze che concatenate tra di loro fanno sembrare giusta la sua teoria e i moventi che avrebbero spinto gli assassini a compiere il susseguirsi di fatti atroci.
Del resto, lui racconta anche del lavoro svolto dalla coppia dei carabinieri nel 1958 tutt’altro che  superficiale come invece è stato quello  dei loro  colleghi al momento dei delitti,  tuttavia Saviane e’ stato accusato più di una volta oltre che di aver gettato del fango sul paese anche di aver fatto mandare in prigione degli innocenti. E cosi’ si infittisce il mistero che ha alimentato scritti e anche il cinema ha fatto girare le sue pellicole.

Di questi mesi l’uscita del libro di Toni Sirena, ” I DELITTI DI ALLEGHE, LE VERITA’ OSCURATE”

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che non posso far a meno di leggere visti i punti interrogativi  che il racconto di Saviane mi ha lasciato.

Interessante la documentazione fotografica all’interno del libro di Saviane (di cui propongo l’ immagine di Emma De Ventura)  che ritrae volti, espressioni,  personalità e gerarchia sociale  di quegli anni.

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Impressionanti le manette che si usavano una volta e che si possono notare al polso di Piero De Biasio nella foto di copertina del libro ad inizio post.

*****************

Ps: Da oggi, troverete questa e tutte le altre mie recensioni in due pagine che si possono cliccare sopra alla foto di testata del blog e naturalmente qui sotto:
RECENSIONI LIBRI  2007

RECENSIONI LIBRI 2008

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*Nel giorno di Santa Lucia

Dicembre 12, 2008 · 5 Commenti

Non occorrono lacrime in questo giorno
seguiremo la luce che ci hai offerto
eppure già  il destino ti aveva preso.
Dona

dsc_0058Verso Casera Ere (Comune S. Gregorio nelle Alpi – BL)
Giugno 2007

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*Lasciarsi andare…

Dicembre 8, 2008 · 8 Commenti

Come sia difficile lasciarsi andare, rilassarsi e percepire il proprio corpo.

In una sala  addobbata di scetticismo, una voce calma conduce a varie situazioni e fa si  che anche l’esecuzione controllata di  un banale atto respiratorio possa rischiare di farci soffocare e per lo più ad occhi chiusi.
Provate voi ad inspirare in tre secondi ed espirare in sei! Normalmente lo si fa  in mezzo secondo, uno al massimo…cosa posso fare nei rimanenti otto secondi?
Cerco l’aria in prestito dal vicino ma anche lui ha le mie stesse carenze. Almeno avessi gli occhi aperti, la ricerca sarebbe meno difficoltosa!
Mi conviene rimanere in apnea! Ma no, e’ ora di espirare…accidenti!!! In un attimo l’aria mi scappa, non ne esce più nemmeno un briciolo, frugo tra gli alveoli ma niente, dai bronchi risposta negativa, in trachea non si muove foglia… neppure tra la mucosa del naso non ce n’é traccia.
La voce riprende la sequenza,  si sentono un susseguirsi di “tirate su di naso” e ti sembra che tutti siano li a sniffare la loro dose. Poi… fuori l’aria e si leva un leggero venticello che odora di frettolose colazioni.
Finalmente sono tornati i miei superficiali atti respiratori e un rassicurante brusio si riappropria dell’aula.

La voce ora guida le nostre mani e accende imbarazzati e mal celati sorrisetti.
Movimenti circolari sulle spalle, poi giù lentamente lungola schiena,   fino a i fianchi.
Il loro viaggio sembra davvero rilassante quando, con un’ imprevista inversione di marcia, imboccano la rotatoria delle natiche e li non si sa mai a chi dare la precedenza, se a quella che arriva da destra o a quella che arriva da sinistra e la rotatoria si congestiona…una lenta risalita per il centro della schiena direzione scapolare sembra riportare la tranquillità.
Chissà perché il viaggio di qualche “conducente” e’ partito direttamente dalla rotatoria!
E’ un impresa ardua, non pensavo…
Abbiamo provato anche a rilassare il corpo partendo da nord, dallo snobbato cuoio capelluto, fino ad arrivare a sud, alla punta dell’ alluce ancora malinconicamente confezionato nella calda scarpetta chiusa…il tutto in una sorta di Giro d’ Italia a tappe. Sono arrivata a rilassarmi fino alla mano sin  e improvvisamente un fastidiosissimo  prurito mi prende alla gamba destra: non so cosa fare! Mica ce l’ha detto come agire in questi casi la voce!!!  Penso che potrei usare l’altra mano che non e’ ancora trattata, ma poi se mi vedono?…Alzo appena la palpebra destra e, sorpresa delle sorprese, incrocio lo sguardo che parte appena dietro alla palpebra sinistra del mio dirimpettaio…non può partire che una simultanea strizzatina d’occhio! L’esercizio e’ già finito e io mi ritrovo ad aver percorso solamente metà Giro d’ Italia ma, in compenso, mi e’ passato il prurito senza dovermi grattare!… E’ già qualcosa dico io!

Oramai scoraggiata non posso non lasciarmi sfuggire l’ ultima chance…sicuramente riuscirò a rilassare il mio corpo con il metodo della visualizzazione!
Questa volta, sempre non prima di esserci soffocati con i soliti atti respiratori suicidi, rigorosamente ad occhi chiusi, ci ritroviamo soli, nella nostra cucina e sopra il tavolo la pietanza che più ci piace. Abbiamo la possibilità di mangiarcela tutta, in tranquillità e riuscire a sentire il suo gusto, il profumo…
Lo sapevo, lo sapevo qui non posso avere problemi!
E penso alla mia pietanza preferita: la pizza! Ma no la solita pizza…non posso essere così banale.
Vediamo un po’: le lasagne son scontate, una teglia di crespelle con il radicchio di Treviso…ma forse… ora come ora… mi andrebbe un bel dolce. Una torta farcita…del gelato, ma fuori piove, no…il gelato no. Ecco! La NUTELLA…un bel barattolo da 3 kg di Nutella! Apro il tappo e con oramai le bave alla bocca sto per immergere il cucchiaio quando una voce, la solita odiosa e insopportabile voce, mi chiede se son riuscita ad assaporare  la mia pietanza preferita…

Dio solo sa come sia difficile rilassarsi e lasciarsi andare persino con un mega barattolo di nutella davanti, c’e’ sempre una voce di troppo.

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*I giorni dell’amore e della guerra – Tahmima Anam

Dicembre 5, 2008 · 8 Commenti

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Ho ricevuto in dono questo libro un po’ di tempo fa, in un momento in cui ne avevo letto altri che parlavano della condizione di donne e bambini in paesi afflitti dalla guerra e mi sembrava potesse essere a loro  sovrapponibile  anche se la collocazione geografica era diversa. Mi sono ricreduta perché in esso si mette in evidenza una figura a cui tutti, chi più chi meno,  siamo particolarmente legati, giacche’ ci ha donato la vita.
I GIORNI DELL’AMORE E DELLA GUERRA e’ un libro che affronta il vivere  in  Pakistan in un momento cruciale per la storia del paese e cioè la guerra per l’indipendenza del Bangladesh (o Pakistan orientale) da quello occidentale.
Lo fa attraverso gli occhi di una madre che oltre ad essere costretta a vivere nelle privazioni che la guerra impone deve affrontare tutta una serie di problematiche che, a pensarci bene, potrebbero essere di qualsiasi madre in qualsiasi paese del mondo, anche quello più sviluppato e con il più alto tasso di benessere.
Problemi di mandare avanti una famiglia senza la figura paterna tolta prematuramente all’affetto dei figli e di una moglie che e’ costretta ad affidarli, a cuor spezzato, a migliaia di chilometri di distanza per poter garantire loro la sopravvivenza. Ma Rehana e’ tenace e riesce dopo alcuni anni a riprenderseli… quante donne anche da noi son state costrette, per svariati motivi,  a prendere  questa dolorosa decisione, quante son riuscite a riavere tra le proprie braccia i loro figli, quanto dolore han dovuto sopportare? E poi, quando c’è una parvenza di serenità,  ancora pensieri e preoccupazioni che si sa non avere mai completamente fine per il cuore di una madre.
Preoccupazioni per conciliare  lavoro, famiglia,  bilanci da far quadrare; per la salute, per la scuola,  le amicizie e  l’insegnamento di quei valori che spesso le piaghe della nostra società tendono a cancellare. Ci sembra tanto, talvolta ci sembra impossibile da portare avanti come missione dell’essere madre, in certi casi e’ anche vero che non ci si pone neppure la meta’ di questi obbiettivi, basta sopravvivere!
Anche Rehana ha di questi problemi ma ne ha uno che incombe su tutti ed e’ quello di non perdere i suoi figli per la seconda volta. C’e’ la guerra che glieli vuole strappare: o come soldati dell’esercito pakistano da una parte  o come seguaci del movimento di liberazione del paese dall’altra.
E’ proprio nella resistenza che i due figli decidono di porre i loro ideali e la madre non può  far altro che combattere con loro, non per la liberazione del paese ma per la loro salvezza.
Mi chiedo allora di fronte a queste prove come possiamo  essere considerate noi,   madri impegnate a combattere in altre guerre dove al posto della armi ci sono i tarli portati dal benessere.
Vien da dire che questa sia poca cosa rispetto al trovarsi in mezzo al clangore dei carri armati anziché al canto delle cicale.
Ma poi penso che ogni madre di questa terra abbia una missione da compiere che la faccia sentire tale di fronte ai propri figli e quella che sento dover compiere io e’ stargli vicino educandoli a quei    valori che possano portare un giorno a far di loro portatori di pace e benevolenza.

Ps: Questi miei pensieri nulla vogliono togliere al ruolo di padre.

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