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E’ davvero molto semplice ora con la chiavetta, penso.
Non che prima d’oggi fosse stato complicato ma trovarsi sempre con un euro a disposizione non e’ cosi’ facile come potrebbe sembrare, e poi le monetine son sempre d’impiccio, vuoi mettere le banconote! Ma pure queste oramai sono sorpassate, si, perchè ora siamo entrati nell’era delle “card”… e delle chiavette!.
Sta di fatto che con due semplici mosse, la bottiglia si sta velocemente riempendo, nemmeno il tempo per un fugace ricordo che mi concedo comunque, leggendo il messaggio affisso al distributore automatico di latte crudo. Un semplice pezzo di foglio a quadretti, maldestramente strappato probabilmente dalla nota della spesa, su cui imprimere, nero su bianco, con una penna lasciata per ogni evenienza nel cruscotto dell’utilitaria, l’apprezzamento al prodotto erogato: “DAVVERO MOLTO BUONO QUESTO LATTE! COMPLIMENTI. E appena sotto il timido grazie della Susanna, la giovane contadina proprietaria della stalla da cui parte il prodotto.
Aveva un’ altra eta’ la Dorina, una cinquantina d’anni circa facendo due conti veloci, quando, di tardo pomeriggio, andavo nella sua stalla alla fine del paese (una mezza dozzina di case), a prendere il latte.
La mia mamma me lo avrebbe servito la mattina dopo a colazione non prima di aver superato entrambe le nostre prove di destrezza. La mia consisteva nel cercare di non rovesciare il “gamelot” che usavo per il suo trasporto: era facile inciampare o farsi distrarre da qualche suono proveniente dal bosco, la strada non era ancora asfaltata e le buche non erano fatte per essere evitate, in fondo la mia eta’ non superava ancora la conta delle dieci dita!
La prova della mamma invece prevedeva il chiudere in tempo il gas, sopra il quale lo si faceva bollire prima di consumarlo, in quella frazione di secondo che impiegava dal “ciapar al boi” all’ “andar par sora”. Bastava distrarsi un attimo e proprio in un istante il pentolino rimaneva vuoto.. e la pancia pure!
Cercavo di non arrivare in ritardo dalla Dorina perche’ mi piaceva guardarla con la fronte appoggiata alla pancia della Bianca mentre le sue dita si muovenano con destrezza sulle mammelle dell’animale che faceva sgorgare quel liquido candido e spumeggiante. Il latte andava a battere contro la parete posteriore del secchio in metallo che la Dorina teneva tra le ginocchia provocando un intermittente rumore che era un tutt’ uno con il ruminare, lo scalciare e la musica dei campanacci. Pure l’intenso odore di letame aveva la sua giusta collocazione ad impregnare ogni minimo spazio immaginabile in quella stalla teatro di tante “erogazioni”.
Era divertente vedere il pennacchio della coda della Bianca che nel tentativo di scacciare le mosche di turno dal suo fondoschiena andava a colpire la testa della Dorina. Forse per quello che si metteva sempre un fazzoletto in testa prima di iniziare la mungitura!
Lo toglieva prima di entrare in casa, assieme al grembiule blu, li appoggiava ad un ferro che sporgeva dallo stipite della porta della stalla, poco piu’ sotto del mazzo di pannocchie che ne decoravano l’ingresso. E si chiudeva quel piccolo momento al di là della porta e delle finestre ricamate di ragnatele lasciandoci alle spalle suoni ed odori.
Mi sembrava impossibile che la Dorina potesse portare quel secchio pieno, con quelle sue gambe storte e solcate da vermiciattoli bluastri, che impressione mi facevano quelle che venni a sapere solo dopo anni si chiamassero varici. Ce le ha ancora i vermiciattoli la Dorina, ma ora, al posto del secchio, porta il bastone.
Appoggiava il secchio sopra il grande lavandino di pietra, dietro di noi il “larin” con la grande “cagliera” di rame appesa al centro e la panca tutt’ attorno. Mi sedevo li e la guiardavo mentre toglieva dal latte la panna in superfice e riempiva il mio “gamelot “ da mezzo litro: due gamele, un quarto e un quarto e la misura era fatta.
Poi versava il resto del latte attraverso il “pasin” nel bidone con chiusura ermetica; piu’ tardi sarebbe passato il camioncino della latteria a prenderlo.
Giusto il tempo per un ultimo pensiero prima di chiudere la mia bottiglia, oggi, al distributore di latte automatico che e’ quello di sentirmi fortunata di aver vissuto la mia giovinezza in quegli anni di transizione, di passaggio dal tempo in cui, qui ai piedi delle Dolomiti, in molte case c’era una stalla a quello in cui, oggi, riesco ad apprezzare un latte ancora buono, che mi ricordi la Dorina.
E immersa nei miei pensieri ho dimenticato la chiavetta… avessi avuto le monetine!
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Riordinando foto ne ho trovato una speciale…

… e questi ricordi:
Attingo felicità da piccoli gesti, da uno sguardo, da una melodia, da un’ ape che si tuffa in quel fiore di pesco. Sono brevi attimi in cui tutto sembra avere un senso, per i quali hai il timore dell’abuso di una felicità così facile da provare.
Talvolta deriva da vecchi ricordi che affiorano da un immagine. L’immagine, pure essa di un tempo, nelle sfumature di un bianco e di un nero che calca i contorni. Da una piccola finestra la luce necessaria per creare magici intrecci di lane, quelle mani benedizione in anni di carestie, il volto chino, il sorriso fiero e sulle spalle anni di fatiche. Una stufa per riscaldare, cucinare, asciugare, ascoltare, per far compagnia.
Ed ecco affiorare i miei ricordi; due vecchie sedie di legno azzurre con la paglia delle sedute oramai lisa, le stesse che ridipinte dei colori dell’arcobaleno e tradizionalmente reimpagliate si trovano nella cameretta dei tuoi pronipoti.
Vicino alla stufa, d’estate e d’inverno, seduta sulla prima e appoggiata con braccia e volto sullo schienale della seconda hai consumato i tuoi pisolini pomeridiani. Sano divertimento nel farti solletico sotto il naso e tu a scacciare quelle fastidiose e invisibili mosche.
Gli occhiali dalle lenti spesse come il fondo di una bottiglia, appoggiati sempre in modo precario sulle gambe, il silenzio che ti avvolgeva anche in mezzo ai rumori più assordanti che nemmeno quell’ apparecchio acustico così tecnologico e sofisticato è stato in grado di farti sentire.
Il lavoro a maglia sul pavimento e li accanto “Stop” la tua rivista di sempre. Una leccata al pollice sinistro e le pagine giravano fino ad arrivare all’ oroscopo in base al quale si manifestavano i tuoi acciacchi e le tue sventure.
E la stufa tua compagna di pennichella, accesa anche d’estate…perchè, d’estate, non si ha bisogno di compagnia?
E poi aprivi gli occhi, azzurri e tristi…le mani a tentoni a prendere quelle lenti, il tuo sorriso nella scoperta di avermi vicino e il bicchiere si riempiva di aranciata con uno spruzzo di merlot…proprio come piaceva a me, nonna buona.
Dona
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In “Frammenti di una storia”, si prendono in considerazioni le fragilità , le incertezze e le debolezze del vivere talvolta vuoto e superficiale che contraddistingue i giovani d’oggi. Sono alla ricerca di soddisfazioni che si aspettano soprattutto dagli altri piuttosto che da se stessi. Si lasciano trasportare da modelli di massa che rischiano di sostituirsi ai valori profondi dell’ esistenza e che spesso vengono fatti propri solamente quando la prova della vita si fa dura, oltre l’immaginabile.
Allora solo in questo momento emerge il valore della vera amicizia che affonda nell’amore fine a rischiare di confondersi in esso.
Ricordo un modo di raccontare arricchito da abbinamenti ad ogni capitolo, a mo’ di prefazione, di spezzoni di canzoni probabilmente care all’autore e che in una sorte di strada parallela seguono lo snodarsi della storia dei protagonisti del romanzo. Ricordo un modo di raccontare che segue i canoni del linguaggio moderno arricchito di paragoni, similitudini e metafore del tipo: “Bottoni, avidi nelle sue mani, occhieggiavano nell’attesa dell’amplesso con l’amata asola” che mi ricorda la narrazione di Faletti nei suoi ultimi romanzi.

Trovo invece “Baciami” un romanzo più completo, una storia che potrebbe sembrare autobiografica, per l’intensità con cui si raccontano i sentimenti del protagonista.
Il racconto di una crescita dell’uomo nelle difficoltà, fin da quando era bambino, che anziché renderlo forte e determinato lo portano a vivere una vita di insicurezze e insoddisfazioni. Nemmeno quando gli si presenta l’occasione della sua vita di cambiare e provare ad essere felice ha la forza e il coraggio di buttarsi, di rischiare, piuttosto si rode nella consapevolezza di non esserci riuscito. In questo libro lo si racconta, non più attraverso i versi delle canzoni, ma in parallelo con i vari tipi di bacio con cui si possono esprimere i nostri sentimenti verso il prossimo. Attraverso il bacio d’ amore di un padre, quello che il protagonista non ha mai ricevuto e che probabilmente ha segnato il suo percorso di vita, attraverso il bacio sincero di un amico o quello di chi ti colpisce alle spalle, il primo bacio, quell’attimo che precede lo sfioro o quello mai dato, quello immaginato o quello per un soffio perso. E poi c’è
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