Withoutpretences’s Weblog

Firenze in un giro di giostra

Maggio 24, 2009 · 9 Commenti

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*Parliamo di primavera…

Maggio 13, 2009 · 2 Commenti

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*Gli sms di una volta

Maggio 9, 2009 · 6 Commenti

L’altro giorno,  leggendo dal mio amico Rino un post dal titolo “I BIGLIETTI DI IERI COME I SOCIAL NETWORK DI OGGI”, sono affiorati i ricordi di un vecchio post che vi ripropongo…

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Anna

Un vecchio tronco di nocciolo vicino casa, quei segni oramai irriconoscibili scalfiti all’altezza di  ragazzino dodicenne…

Erano i segni di un amore platonico ma pur sempre amore.
Due iniziali, incorniciate dal classico cuore trafitto da una delle tante frecce di un complice cupido.
Non e’ stato mai tagliato quell’ albero, forse, perché a distanza di anni, e’ in grado di essere ancora generoso verso mani che colgono i suoi frutti, forse per un caso, o forse per tenerezza  di un romantico boscaiolo…
Sta di fatto che e’ ancora li ben saldo e di sicuro non indifferente al mio sguardo.

Il ricordo di quel suono, un richiamo … non di un telefonino smarrito nel bosco che suona come il verso di un tordo, ma un fischio ad imitare chissà quale volatile, suono dolce al mio orecchio attento, l’emozione di essere cercata ed osservata ad una rispettosa distanza.

Quasi ogni pomeriggio lui attraversava il bosco che separava le nostre due abitazioni, si appostava li vicino a quel nocciolo,  mandava i suoi richiami e lasciava il segno del suo sentimento proprio su quella corteccia.
Ricordo la mia frenetica attività di trovare qualsiasi pretesto per poter guadagnare una buona angolazione rispetto alla sua postazione, per poterlo vedere, per incrociare anche per un istante il suo sguardo e contraccambiare il suo bel sorriso.
Mia madre osservava apparentemente disinteressata da lontano, talvolta scorgevo il suo ammiccato sorriso, provavo un po’ di vergogna per quel mio manifesto segreto…e lei sorrideva…

Ha sorriso anche la maestra quando, un giorno, andando in passeggiata mi scoprì leggere un suo bigliettino con la frase romantica del giorno.
Era solito lasciarlo all’interno della mia cartella marrone che casualmente lasciavo a sua portata di mano fuori dall’aula di 5^,  unica classe dislocata tra la farmacia e l’ambulatorio medico perché non c’era più posto nel vecchio edificio scolastico.
Il nostro era uno scambio alla pari; io lasciavo il mio bigliettino nella cartella e lui nel prenderlo, ogni mattina, prima del suono della campanella, lasciava il suo. Insomma questi erano gli sms di una volta!
Così, da quel giorno, anche la maestra sorrideva…

Era difficile una volta la vita da innamorati!

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Anna

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*Usanze di paese

Maggio 6, 2009 · 9 Commenti

…si era appena esaurita la scorta di “Lavazza qualità oro”,
stivata in occasione della morte di mio padre,
quando,
fatalità,
mia madre si rompe una gamba!..

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*Come foglie…

Aprile 27, 2009 · 7 Commenti

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foto@Dona

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Ancora pochi giorni e saremo attratti da altre atmosfere.
Il paesaggio in continua evoluzione tiene il passo e giorno per giorno cambia la scena.
Ora la ribalta e’ del bosco ma e’ piu’ facile farsi incantare da sfacciate tonalita’ di fiori. Del resto un fiore concede  la possibilità anche alla mente piu’ distratta di poter rendersi amante della natura.
Lo si trova in ogni dove: monile in davanzali di finestre destinate a rimaner chiuse, vanto di giardini in cui l’erba del vicino non può esser la piu’ verde, semplice espressione di bellezza che talvolta fa preferire la primavera ad altre stagioni.

Cosi’ succede per le foglie in autunno, calde nei loro spettacolari colori, suggestive e facili da ammirare. Chi non si e’ mai fermato davanti ad un viale alberato a fine ottebre!
Abbiam bisogno di cose facili da guardare perche’ la nostra mente e’ occupata da piu’ fosche immagini che tendono a carpire buona parte del nostro interesse.
Molto piu’ facile ammirare un bosco in autunno dalle piu’ grossolane sfumature che il medesimo paesaggio in primavera dove queste sono molto piu’ fini e delicate.
Solo un’ unica tonalià di verde ai nostri occhi e non abbiam tempo di soffermarci sui particolari.

Siamo cosi’ nella vita di tutti i giorni, ci facciamo ammagliare dalle “grandi” notizie, da facili traguardi, dal mostrare chi siamo  piuttosto di come siamo…  e dalle foglie in autunno.

ascolta


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*Pinolarice: il bosco incantato

Aprile 20, 2009 · 12 Commenti

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Nel bosco di Pinolarice, da tempo, c’erano due grossi problemi: l’abbandono di spazzatura di qualsiasi genere e il taglio incontrollato dei suoi alberi.
In esso vi regnavano due famiglie: quella dei Pineti e quello dei Larici.

La famiglia dei Pineti era quello che subiva il taglio; ogni giorno venivano soppressi minimo un dieci alberi se non di più dal solito gruppo di boscaioli e, se si continuava di questo passo, c’era il rischio che non ne rimanesse nemmeno uno.
La famiglia dei larici invece era invasa dall’immondizia perché moltissime persone del paese vicino buttava proprio qui  qualsiasi cosa: da una carta di merendina alle gomme delle macchine. I Larici si chiedevano perché al posto di buttare i rifiuti nel loro territorio non li portassero per esempio al vicino ecocentro. Il Comune l’aveva costruito di recente proprio alle porte del paese, poco più a est del bosco di Pinolarice. Quel giorno dell’inaugurazione i Larici e i Pineti avevano visto tutti i ragazzi delle scuole parteciparvi entusiasti e ascoltare il discorso del Sindaco che diceva loro di aver cura dell’ambiente. Aveva spiegato loro come dividere i rifiuti e poi smaltirli negli appositi cassonetti. Sembravano aver capito ma poi già dal pomeriggio alcuni di loro si erano presentati a Pinolarice a cavallo delle loro montan bike e avevano lasciato le carte delle loro merendine proprio ai piedi dell’ Alberomaestro. Era davvero troppo!!!

Così, quel giorno, i due gruppi di alberi decisero di allearsi contro gli umani.
La stessa notte, mentre il paese dormiva, tutti gli “abitanti” di Pinolarice si riunirono con a capo l’ Alberomaestro, per trovare una soluzione per difendere il loro ambiente dall’uomo.
Per la prima volta le due grandi famiglie del bosco erano unite in un obbiettivo comune anche se i loro problemi erano diversi.
Decisero che i Pineti dovevano allontanare il solito gruppo di boscaioli facendoli inciampare sulle loro radici colpendoli poi a suon di fronde, cosi’ da far credere che erano stati gli spiriti degli alberi che loro avevano fin ora tagliato.
Per il gruppo dei Larici, invece venne deciso dopo parecchie idee,  che ad ogni persona che passava e lasciava la sua immondizia le venisse rilanciata contro.

Il giorno dopo il solito gruppo di boscaioli arrivò per tagliare gli abituali                                dieci alberi se non di più. Intanto che i boscaioli giravano per vedere quali pini tagliare, Pinovecchio (il più anziano tra i pini), facendo finta che ci fosse il vento, si muoveva un po’ con i rami e un po’ con le radici e diede il via all’ “operazione antitaglio”.
Mentre gli uomini, armati di motosega, camminavano fischiettando e guardando in alto i rami, le radici degli stessi si alzarono dal suolo quel poco che serviva per farli inciampare. Infatti caddero tutti e cinque a terra e i Pini fecero fatica a trattenersi dalle risate, erano proprio ridicoli! Mentre si stavano rialzando arrivò  dall’alto l’attacco di fronde dispettose e si ritrovarono un’altra volta a terra. Questo si ripeté per parecchie volte. I malcapitati, senza quasi più forze abbandonarono il bosco, senza saper bene cosa fosse successo. Il piano, per quel giorno, aveva pienamente funzionato con grande soddisfazione della famiglia dei Pineti. Ora era da vedere se il giorno dopo i boscaioli si sarebbero ripresentati.
Cosi’ successe ma gli alberi non si scoraggiarono e ricominciarono il loro attacco. I boscaioli si guardavano attorno un po’ preoccupati ma desiderosi di tagliare i quotidiani alberi, più quelli che non avevano potuto mozzare il giorno prima. Improvvisamente si sentirono pero’ battersi sulle spalle. Tutti e cinque si girarono di scatto ma non videro nessuno dietro di loro, si rigirano e si ritrovano schiaffeggiati da un ramo di Pino. Tanto per cambiare si ritrovano l’ennesima volta a terra e ogni volta che provano a rialzarsi o inciampano sulle radici o venivano schiaffeggiati dalle fronde. Uno di loro disse che questi erano, senza ombra di dubbio, gli spiriti del bosco di Pinolarice dei quali la nonna, quando era piccolo, gli raccontava la leggenda. Gli altri non gli credettero e ritornarono nei giorni successivi per tentare di fare il loro “lavoro”. Ogni giorno però si prendono una bella batosta e dopo un po’ di tempo cominciarono a credere a quella leggenda.

Contemporaneamente nel bosco dei Larici passò di là un ragazzo che gettò una lattina di birra e rotolando arrivò ai piedi dell’ Alberomaestro; questo con la massima cautela, ma anche cercando di sbrigarsi, prese con il suo ramo più basso la lattina e la lanciò in modo da colpirlo. Infatti la lattina arrivò sulla schiena del giovane, questo si girò con aria minacciosa per vedere chi fosse ma non vide nessuno. Rilanciò la lattina verso un altro albero sempre nel gruppo dei larici e questo, facendo le stesse mosse del suo maestro, la rilanciò e questa volta arrivò sul piede del marmocchio. Questo si ripeté per altre due volte e ad un certo punto il giovane si stufò e alla fine si portò con se la lattina. Anche la strategia dei Larici per il momento aveva funzionato e si stava animando nel bosco un certo ottimismo.
Il giorno dopo arrivò con una jeep un signore che si sbarazzò di un’intera batteria di pneumatici da neve che aveva appena sostituito dopo un inverno rigido in cui le nevicate erano state abbondanti. Mentre il signore stava risalendo nella vettura i Larici si rimboccarono le fronde e cominciarono a spingere i pneumatici facendoli rotolare verso la jeep. Sbalordito scese e ributtò le gomme dall’altra parte del bosco di Pinolarice ma anche qui altri Larici alzando le radici fecero correre le ruote verso il signore che inciampò e si ritrovò a terra ricoperto dalla sua immondizia. Non c’era verso che riuscisse a lasciarla lì per cui ricarico tutte e quattro le ruote e corse impaurito verso l’ecocentro.
La famiglia dei Larici era proprio contenta e orgogliosa del suo lavoro che proseguì ancora per parecchi giorni fino a quando non si vide più nessuno portare immondizia e nemmeno i boscaioli si ripresentarono più nella famiglia dei Pini.
All’ingresso del bosco un giorno comparve un cartello:
BOSCO STREGATO
TENERSI ALLA LARGA

Gli abitanti di Pinolarice erano contenti perché il loro piano aveva funzionato ma allo stesso tempo erano tristi perchè più nessuno veniva a fargli visita anche solo per una passeggiata, per godere del fresco ai piedi delle loro chiome e ammirare la bellezza del bosco.
Si riunirono una seconda volta per cercare una soluzione e pubblicizzare il loro territorio. Decisero quindi di cambiare quel “maledetto” cartello che aveva portato tanta desolazione tra di loro.
Alberomaestro e Pinovecchio  per amore delle loro famiglie si spezzarono un rametto entrambi e con la linfa che ne uscì scrissero il nuovo cartello.
Cosi’ comparve scritto il mattino dopo alle soglie del bosco di Pinolarice:
BOSCO INCANTATO
VENITE, RELAX ASSICURATO!

by Sara
dopo aver letto Cloni di Fate di Laura Walter

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*Musica…

Aprile 17, 2009 · 11 Commenti

dsc_0085foto@ Dona
Col Molin Fest estate 2007

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Solitamente scrivo poco di musica, a dire il vero… ultimamente scrivo poco e niente di tutto.

La musica mi piace usarla come sottofondo alle mie giornate, assieme ai silenzi alternati al vociare  di figli.
Mi piace la melodia che sa accompagnare gli stati d’animo, cercata o casuale che sia.
Mi piace il senso delle parole  e la loro armonizzazione, meno il personaggio che ne è autore o  portavoce,  anche se, essenziale e’ la sua vocalita’ e personalita’ affinche’ la musica possa trasmettere emozione. Sara’ per questo che son cresciuta senza preferire un interprete ad un altro, senza idoli ne beniamini; solamente l’emozione del momento, della musica che continua a girare intorno.
Mi piace il messaggio che sa trasmettere così in poche parole come la poesia, come io, talvolta,  ho la presunzione di saper fare davanti ad un foglio.
Mi piace  la passione di chi la sente fonte di vita, di chi la compone e ne e’ maestro.
Mi piace il personale suono di ogni strumento,  la capacita’ di fondersi assieme ad altri in una melodia e allo stesso tempo di distinguersi.

Ogni genere ha la sua storia e merita di rispetto , merita di esser ascoltato  per quel che ha da dire, almeno una volta, per non togliersi la possibilita’ di potersi stupire.
Questo a me e’ successo oggi, sentendo questa canzone

ascolta

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*Suggestioni

Marzo 18, 2009 · 12 Commenti

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foto@Dona

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Percorrere questo viale e’ stato come attraversare il corso dei miei pensieri…
l’altro giorno, andando verso villa Miari
l’altro giorno, davanti ad un foglio che avrebbe avuto la pretesa di raccoglierli tutti.

E se alzando gli occhi non mi e’ permesso di vedere il cielo,
terrò lo sguardo al loro fianco,
dove riescono ancora a fiorir bucaneve, primule e viole.

Dona

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*Communication

Febbraio 27, 2009 · 2 Commenti

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foto@Dona

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*La chiavetta e la Dorina

Febbraio 20, 2009 · 5 Commenti

E’ davvero molto semplice ora con la chiavetta, penso.
Non che prima d’oggi fosse stato complicato ma trovarsi sempre con un euro a disposizione non e’ cosi’ facile come potrebbe sembrare, e poi le monetine son sempre d’impiccio, vuoi mettere le banconote! Ma pure queste oramai sono sorpassate, si, perchè ora siamo entrati nell’era  delle  “card”… e delle chiavette!.

Sta di fatto che con due semplici mosse,  la bottiglia si sta velocemente riempendo, nemmeno il tempo per un fugace ricordo che mi concedo comunque, leggendo il messaggio affisso al distributore automatico di latte crudo. Un semplice pezzo di foglio a quadretti,  maldestramente strappato  probabilmente dalla nota della spesa, su cui imprimere, nero su bianco,  con una penna lasciata per ogni evenienza nel  cruscotto dell’utilitaria, l’apprezzamento al prodotto erogato: “DAVVERO MOLTO BUONO QUESTO LATTE! COMPLIMENTI. E appena sotto il timido grazie della Susanna, la giovane contadina proprietaria  della stalla da cui parte il prodotto.

Aveva un’ altra eta’ la Dorina, una cinquantina d’anni circa facendo due conti veloci, quando, di tardo pomeriggio,   andavo nella sua stalla alla fine del paese (una mezza dozzina di case), a prendere il latte.
La mia mamma me lo avrebbe servito la mattina dopo a colazione non prima di aver superato entrambe le nostre prove di destrezza.  La mia consisteva nel cercare di non rovesciare il “gamelot” che usavo per il suo trasporto: era facile inciampare o farsi distrarre da qualche suono proveniente dal bosco, la strada non era ancora asfaltata e le buche non erano fatte per essere evitate, in fondo la mia eta’ non superava ancora la conta delle dieci dita!
La prova della mamma invece prevedeva il chiudere in tempo il gas, sopra il quale lo si faceva bollire prima di consumarlo,  in quella frazione di secondo che impiegava dal “ciapar al boi” all’ “andar par sora”. Bastava distrarsi un attimo e proprio in un istante  il pentolino rimaneva vuoto.. e la pancia pure!

Cercavo di non arrivare in ritardo dalla Dorina perche’ mi piaceva guardarla con la fronte appoggiata alla pancia della Bianca mentre le sue dita si muovenano con destrezza sulle mammelle dell’animale che faceva sgorgare quel liquido candido e spumeggiante. Il latte andava a battere contro la parete posteriore del secchio in metallo che la Dorina teneva tra le ginocchia  provocando un intermittente rumore  che era un tutt’ uno con il ruminare,  lo scalciare e la musica dei campanacci. Pure l’intenso odore di letame aveva la sua giusta collocazione ad impregnare ogni minimo spazio immaginabile in quella stalla teatro di tante “erogazioni”.
Era divertente vedere il pennacchio della coda della Bianca che nel tentativo di scacciare le mosche di turno dal suo fondoschiena andava a colpire la testa della Dorina. Forse per quello che si metteva sempre un fazzoletto in testa prima di iniziare la mungitura!

Lo toglieva prima di entrare in casa, assieme al grembiule blu, li appoggiava ad un ferro che sporgeva dallo stipite della porta della stalla, poco piu’ sotto del mazzo di pannocchie che ne decoravano l’ingresso. E si chiudeva quel piccolo momento al di là della porta e delle finestre ricamate di ragnatele lasciandoci alle spalle suoni ed odori.
Mi sembrava impossibile che la Dorina potesse portare quel secchio pieno, con quelle sue gambe storte  e solcate da vermiciattoli bluastri, che impressione mi facevano quelle che venni a sapere solo dopo  anni si chiamassero varici. Ce le ha ancora i vermiciattoli la Dorina, ma ora, al posto del secchio,  porta il bastone.

Appoggiava il secchio sopra il grande lavandino di pietra, dietro di noi il “larin” con la grande “cagliera” di rame appesa al centro e la panca tutt’ attorno. Mi sedevo li e la guiardavo mentre toglieva dal  latte la panna in superfice e riempiva il mio “gamelot “ da mezzo litro: due gamele, un quarto e un quarto e la misura era fatta.
Poi versava il resto del latte attraverso il “pasin” nel bidone con chiusura ermetica; piu’ tardi sarebbe passato il camioncino della latteria a prenderlo.

Giusto il tempo per un ultimo pensiero prima di chiudere la mia bottiglia, oggi, al distributore di latte automatico che e’ quello di sentirmi fortunata di aver vissuto la mia giovinezza  in quegli anni di transizione, di passaggio dal tempo in cui, qui ai piedi delle Dolomiti, in molte case c’era una stalla a quello in cui, oggi,  riesco ad apprezzare un latte ancora buono, che mi ricordi la Dorina.

E immersa nei miei pensieri ho dimenticato la chiavetta… avessi avuto le monetine!

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